Rinaldo,
per tutti Macola
C'era il Rinaldo del negozio e c'era el Macola. Due anime che in realtà erano una sola: un uomo elegante, ironico, dalla voce profonda e inconfondibile e da un sorriso capace di disarmare chiunque.
In bottega vestiva abiti pensati e tagliati da lui, con un'attenzione meticolosa per ogni dettaglio: la riga sempre in ordine nei capelli, il tono su tono, le cravatte scelte con gusto e quel pettine tascabile sempre a portata di mano, perché per lui «bisognava essere sempre impeccabili».
Quella stessa naturale eleganza la portava la domenica a bordo campo come storico dirigente accompagnatore della prima squadra. Aveva cominciato a seguire il Chievo negli anni Sessanta, partendo dai campi polverosi di provincia fino a vivere l'incredibile favola della Serie A, sempre presente in panchina, accanto a generazioni di allenatori, punto di riferimento per la società e figura paterna per i ragazzi dello spogliatoio.
La sua vita privata e la sua passione erano un intreccio continuo: la moglie Iole e le figlie sempre al suo fianco, con Barbara che già da ragazzina, alla fine degli anni Settanta, saliva sul pullman delle trasferte per condividere con il papà l'emozione della partita. Poi, il lunedì mattina, Rinaldo tornava puntuale dietro al bancone di Via Puglie, dove il negozio si trasformava nel salotto del quartiere: tra un tessuto da mostrare e un abito da provare, commentava la domenica con i clienti con la sua irresistibile battuta pronta.
A chi gli ricordava la storia del club, amava rispondere con orgoglio verace:
«Son nato prima mi de Céo.»
E a chi, verso la fine del campionato, gli domandava con un sorriso se quella sarebbe stata la sua ultima panchina, chiudeva la questione con la sua solita, calorosa ironia:
«Tasi ti, decido mi quando!»






















